Introduzione
Ho intrapreso questo tipo di ricerca inizialmente per il mio orientamento all’interno delle Scritture e della trattatistica buddhista, dopo aver compreso che nella pratica dell’insegnamento Buddha Sakyamuni stesso e i suoi seguaci, grazie alla loro compassione verso gli allievi, hanno riunito ragionamenti e nozioni in enumerazioni e sistematizzazioni assai particolareggiate e minuziose, perciò più facili da ricordare. Una cosa del genere si può trovare nei catechismi di qualsiasi religione, e credo che il buddhismo non abbia fatto eccezione. D'altra parte, le categorizzazioni fanno parte o sono il frutto di un metodo logico di analisi che può essere indicato senza troppo timore di smentite come una delle peculiarità del buddhismo, anche non considerato come religione.
Spesso, ho notato, vengono apprezzate le cifre più facili da memorizzare, ad esempio quelle legate alle dita della mano (5 e suoi multipli). Non è una regola, però, poiché ad esempio nella trattatistica tibetana viene spesso attuato un metodo analitico simile a quelli aristotelici, con bipartizioni o tripartizioni che portano a lunghi alberi di suddivisioni, in accurate gerarchie di categorizzazioni (talvolta con la semplice distinzione "superiore - intermedio - inferiore"). In ogni caso, si può affermare che nel buddhismo il fascino dei numeri sia innegabile (a partire dal primo Giro della Ruota del Dharma compiuto dal Buddha storico con l’enunciazione delle Quattro Nobili Verità), soprattutto perché consente una memorizzazione più veloce di categorie e argomenti correlati, perché consente di richiamare un intero blocco di nozioni (i 12 anelli, i 5 skanda, etc.) fondamentali senza dover ricominciare una spiegazione dal principio. In più mostra un metodo che oggi possiamo definire scientifico di analisi.
Nel caso degli analitici tibetani si può pensare che il loro metodo sia pedante, mutuato dalla tradizione logica indiana, ma rivela un sorprendente grado di approfondimento speculativo, che anticipa la semiotica di almeno sei secoli (ma ricerche più attente delle mie potrebbero anticipare i tempi). Dopo Aristotele, il pensiero occidentale pare aver sempre più perso di vista le necessità analitiche (dandole per scontate e perciò perdendo un’importante opportunità), salvo poi rivalutarle massicciamente nel ‘900, in un’epoca di forte sviluppo economico e tecnologico. Se i primi passi della semiotica si possono far risalire alla seconda metà dell’800 (con Peirce e Saussure), di deve però riconoscere che il metodo analitico applicato da Je Tsong Khapa nelle sue esposizioni del Lam Rim, che ha una familiarità straordinaria con la semiotica, ha un anticipo di almeno quattro secoli. E si tratta inoltre del perfezionamento di metodi già attuati da altri maestri i cui testi sono meno famosi (ad esempio quelli della dotta scuola Sakyapa). D’altra parte, lo stesso Saussure non nascondeva di aver accolto alcune delle sue idee basilari da logici e linguisti indiani classici.
In ogni caso, lo scopo di questo studio, sebbene possa aprire qualche filone di ricerca filosofica apprezzabile in ambito occidentale, è ben altro, e più limitato alla praticità di raccogliere le categorie più utilizzate nei testi buddhisti per facilitarne il reperimento qualora non si abbia a portata di mano un testo introduttivo e non esistano note esplicative a margine del testo. Questa raccolta non ha quindi alcun valore dottrinale, in quanto le enumerazioni raccolte sono prive di spiegazioni, sono decontestualizzate, non hanno neppure la correlazione effettiva che invece trovano nei trattati.
Una cosa interessante che mi è capitata durante la prima fase della ricerca, è l’aver trovato un piccolo ma importante testo tibetano tradotto in inglese e pubblicato dalla Library of Tibetan Works and Archives. È il lavoro di un lotsawa, un traduttore, Kaba Paltseg, vissuto nell’8° secolo (A manual of key buddhist terms. Categorization of Buddhist Terminology with Commentary, 19972, LTWA, Dharamsala, a cura di Thubten K. Rikey e Andrew Ruskin). In quanto opera di un lotsawa si tratta quindi di un lavoro di carattere soprattutto pratico, mnemonico, necessario per garantire una certa uniformità di traduzione di concetti di base. Un lavoro per molti versi, simile a quello che avevo intrapreso e che mi aveva in qualche modo confortato.
La differenza tra il testo di Kaba Paltseg e il mio è però sostanziale. La raccolta del lotsawa non prende in considerazione l’ordine di grandezza numerico ma quello concettuale, probabilmente rifacendosi a uno tra i più diffusi nei trattati indiani. I curatori suggeriscono di ricercare l’ordine di categorizzazione nel sistema di Asanga esposto nell’Abhidharmasamuccaya (testo del 5° secolo, tra i cardini della scuola Cittamatra).
Il mio lavoro, avviato nel 1998 e interrotto per periodi più o meno lunghi, in questo momento è ancora piuttosto incompleto e di scarso valore scientifico, devo ammettere.
Oltre al fatto di aver ancora alcuni testi da consultare, ci sono altri due motivi tutt'altro che trascurabili:
1) non ho potuto consultare i testi originali. Non ne sarei del resto in grado, non conoscendo né sanscrito, né tibetano, né altre lingue utilizzate per scrivere i trattati buddhisti. Mi sono quindi dovuto accontentare dei testi tradotti in italiano (e qui sarebbe opportuno aprire un dibattito sulle differenze linguistiche da traduttore a traduttore e sulla necessità di portare un po’ di chiarezza), o in inglese, dove pare che vi sia maggiore accordo nel tradurre certi termini ricorrenti, grazie probabilmente anche a una quantità superiore di istituti universitari che si occupano di studi buddhisti e producono pubblicazioni secondo criteri di uniformità, a tutto favore dei poveri lettori.
2) non ho potuto svolgere un vero lavoro comparativo (a causa della scarsità personale di testi e tempo). Per cui, dove ho potuto e ho trovato corrispondenze, ho riportato categorizzazioni simili (per concetti o per denominazione), anche se differenziate da alcuni lemmi o da traduzioni a seconda delle fonti.
Dove ho tradotto a mia volta dall’inglese, ho cercato di attenermi alla terminologia adottata all’Istituto Lama Tsong Khapa di Pomaia. Il più possibile, s’intende, poiché avrei dovuto frequentare l’Istituto molto di più per essere davvero a conoscenza di una corretta terminologia. Inoltre, grazie al notevole lavoro svolto dai traduttori del Masters Program, si sta delineando quel lavoro linguistico e concettuale “in progress” attuato dai lotsawa all’epoca dell’ingresso del Dharma in Tibet; un lavoro che auspico si possa svolgere completamente anche oggi in Occidente.
Ad ogni modo, considero almeno moderatamente scientifico il metodo con cui ho raccolto questi dati e li metto a disposizione di chi li possa ritenere interessanti o utili per i propri studi.
Inoltre mi auguro di trovare collaborazione da chi, come me, ha provato dapprima l’esigenza poi l’utilità in questo tipo di ricerca. Si noterà, ad esempio, che prevalgono le fonti tibetane,mentre dispongo poco di quelle Theravada e Zen, per non parlare delle scuole cinesi. Questo è dovuto innanzitutto al fatto che ho intrapreso lo studio del Dharma con un prezioso maestro tibetano, Ghesce Jampa Ghiatso, cui dedico questo mio piccolo sforzo permeato di vacuità, pur avendo consultato testi di altre tradizioni. Naturalmente, però, lo studio delle altre tradizioni non è stato così approfondito, quindi le fonti sono più scarse.
Una precisazione a proposito del Tantra. Se si dovesse riportare ogni categorizzazione contenuta nei testi tantrici probabilmente questo tipo di lavoro diverrebbe infinito. E in buona parte illecito, perché non sarebbe consentito divulgare nozioni tantriche a chi non abbia ricevuto iniziazioni specifiche da maestri qualificati. Io stesso ne so davvero poco, pur avendo seguito insegnamenti specifici (i quali peraltro mi hanno fatto intuire la spaventosa vastità della materia). Eppure qualcosa tratto da testi tantrici si troverà: sono le categorizzazioni già pubblicate in testi di larga diffusione e facilmente reperibili in librerie e biblioteche. Che fosse lecito pubblicarle non è in mio potere stabilirlo, ma se sono già a disposizione dei lettori, non dovrebbe essere un problema riproporle qui. In ogni caso si tratta di nozioni introduttive e non specifiche di particolari mandala. Se fosse necessario, non esiterei comunque a eliminarle dalla raccolta.
Il lavoro è costantemente in fieri. Grazie a questa caratteristica e al fatto di non avanzare alcun diritto d’autore su un semplice lavoro di schedatura e copiatura, invito chiunque sia interessato a questo lavoro a collaborare, inviando
o Categorizzazioni (con relativa fonte)
o Osservazioni
o Correzioni
o Suggerimenti
Tutto sarà ben accetto.
Mi auguro (e forse mi illudo) che questo lavoro, anche solo in minima parte, possa contribuire alla diffusione del Dharma e aiutare un po’ chi, come me, ha deciso di intraprendere il Sentiero. Ciò che ho raccolto sono gocce, ma non sono separate dall’oceano di saggezza della dottrina del Buddha. Le suddivisioni sono un mezzo abile per analizzare e prepararsi a comprendere, raggiungere l’Illuminazione, ovvero entrare nell’oceano.
Avvertenza: il riferimento bibliografico è espresso con una sigla che indica il testo (consultare la bibliografia) e il numero della pagina. Diversamente, la fonte è indicata per esteso.
Carlo Francesco Conti, Asti, agosto 2001